Le Ragazze Vaganti | Sara P – la serie

E dopo Soňa e Sara B, oggi è il turno di un’altra Sara, conosciuta anche Almudena o Dimitra…

Sara, 23, Italia.
Studentessa triennale di Mediazione Linguistica Interculturale.
Da settembre 2013 a settembre 2014 ho fatto l’au pair a Madrid, da giugno a settembre 2015 ho ripetuto l’esperienza a Murcia, da settembre 2015 a giugno 2016 ho fatto un Erasmus+ a Cordoba (Spagna), da giugno a settembre 2016 ho fatto per la terza volta la ragazza alla pari a Pamplona, da febbraio a settembre 2017 ho preso parte a un Overseas a Cordoba (Argentina), e attualmente lavoro all’Istituto Italiano di Cultura di Atene con la borsa di studio Erasmus Placement.
Mi piacciono l’arte, la marmellata di fichi e i cappellacci.
Non mi piacciono i semini dei pomodori, i delfini e le persone carismatiche.
Potete seguirmi nei miei viaggi su instagram.

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Sara, Almudena, Dimitra… ci racconti la storia di questi tre nomi?

A Portomaggiore, il 2 marzo 1994 all’1 e 36 di mattina, mia mamma mi ha chiamata Sara. Il problema è che è sempre stato un nome che è stato scelto per me e non che ho scelto per me. Il punto è che come tutte le cose che possiedono un nome, ci sono determinati elementi che riconducono a quel nome.
Nel mio caso Sara mi ha sempre fatta pensare a quella ragazzetta di paese con il muso lungo, arrabbiata con il mondo, con le idee poco chiare e con quella sensazione addosso di essere sempre nel posto sbagliato.
A Madrid, il 26 ottobre 2013, è nata invece Almudena. È un nome che ho scelto non perché fosse particolarmente bello, ma perché mi fa pensare a una versione migliore di me. Almudena è (sono) quella che anche se si arrabbia con il mondo, poi ci fa pure una risata assieme; quella che fa cose che ad altri sembrano da persona coraggiosa o un po’ fuori di testa; quella che si sente a casa quando ci sono più di 1000 km di distanza dalla sua vera casa; quella che ama viaggiare sola; quella che si sente più spagnola che italiana.
È anche vero, però, che ci sono momenti in cui Almudena si assenta.
In Italia, torna Sara e in Grecia, invece, è nata Dimitra.
Dimitra sarebbe la gemella un po’ pasticciona di Almudena, quella che non parla bene né greco né inglese, ma che si sa arrangiare; quella a cui piace parlare a gesti con la gente locale; quella un po’ più spendacciona; quella innamorata dei tramonti; quella che posta cose su Instagram; quella che ha molti progetti, ma chissà se riuscirà a realizzarne almeno la metà.
Per il momento mi ritrovo a festeggiare tre compleanni, vediamo se in futuro se ne aggiungeranno altri.

Essere in un paese che non è il tuo, con una lingua diversa dalla tua, e un’altra cultura, a volte può essere difficile affrontare la situazione. Come la vivi?

Penso che sia difficile, ma anche molto stimolante.
Mi piacciono molto le sfide. Infatti ora vivo in un paese di cui non parlo la lingua per quanto comunque possa comunicare in inglese senza molte difficoltà.

È anche vero che è stata una mia scelta essere qua. La Spagna la vedevo come la mia seconda casa e lo spagnolo ormai lo parlo quasi meglio dell’italiano. Dopo l’esperienza oltreoceano in Argentina, sentivo il bisogno di uscire ancora una volta dalla mia zona di comfort, in questo caso di andare in un paese che fosse ad est dell’Italia.
Infatti, avevo notato che avevo sempre viaggiato verso ovest, e volevo mettermi alla prova usando una lingua che non padroneggiassi come lo spagnolo e l’italiano.

Per quanto riguarda gli affetti, penso che ci siano dei legami, come quelli famigliari, che spesso ti limitano un po’, e lasciare indietro tutte quelle persone è comunque sempre difficile.
Anche se viaggiare è molto bello, uno si illude sempre che ci siano solo aspetti positivi.
Comporta, invece, dei sacrifici. Ne ho fatti e ne sto facendo tuttora, per quanto sia una scelta di vita che ho fatto e di cui non mi pento per nulla.
Alla fine si tratta di avere un po’ di coraggio.
Un coraggio che definirei relativo, perché si concretizza nel momento in cui uno sale sull’aereo e parte per una nuova avventura.
Tutto il resto viene poi automatico.
Sono, infatti, fermamente convinta che se ci sono riuscita io, lo può benissimo fare chiunque.
Basta solo avere della grinta, quella sana follia che ti faccia buttare nella mischia e metterti in gioco. Forse è quella la parte che non tutti hanno o che ingenuamente pensano di non avere.

Oltre alla Spagna, in cui facevi proprio parte della vita di una famiglia locale, sei riuscita  in Grecia e in Argentina a sentirti parte della cultura?

Partendo dal presupposto che quando viaggio cerco sempre di non stare con italiani, è ovvio che si metta in moto un processo di adattamento alla cultura e ai costumi del nuovo paese.
Come in Spagna, anche qui in Grecia mi sono adattata abbastanza velocemente, nonostante non parli la lingua, che è comunque una delle cose che ho in programma di imparare.
Per quanto riguarda l’Argentina, invece, ci ho messo un po’ di più a integrarmi, perché lo shock culturale è stato abbastanza forte.
Per esempio, dal punto di vista alimentare, mangiando moltissima frutta e verdura, mi sono ritrovata in difficoltà per una loro politica di esportazione che si basa sulla vendita all’estero del prodotto migliore e del consumo nazionale del prodotto peggiore. Inevitabilmente, la qualità è bassissima, nonostante i prezzi siano in costante aumento e non offrano una buona relazione qualità-prezzo.
Inoltre, la loro cucina si basa sulla carne, che io tendo a non mangiare. Come se non bastasse, i loro piatti tipici sono molto pochi e non hanno quella varietà che ci si aspetterebbe viaggiando da nord a sud o viceversa.
A far da ciliegina sulla torta, ho avuto anche una brutta esperienza con i coinquilini con cui condividevo il mio appartamento a Córdoba, per cui mi sono trovata a scappare letteralmente di casa con la ragazza messicana con cui vivevo.

Per quanto possa sembrare che la mia esperienza oltreoceano sia stata del tutto negativa, posso affermare che, in quei paesi in America latina in cui ho avuto modo di viaggiare, ho conosciuto davvero delle persone meravigliose.
Senza dubbio, questa tappa conclusa da poco è stata davvero complicata sotto moltissimi punti di vista… per quanto sia stata di solo sei mesi, è come se fosse durata una vita!

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Hai detto che hai sacrificato varie cose per vivere la vita che hai scelto.
La cosa che ti manca di più?

Direi che la lontananza dal mio paese di origine non lo vedo come un sacrificio, anche perché con l’Italia ho un rapporto un po’ conflittuale, per quanto stia cercando di migliorarlo. Tuttavia, grazie all’esperienza in Argentina, sono riuscita a sentirmi più italiana e soprattutto europea.
Senza dubbio, mi mancano i miei amici, la mia famiglia, i cappellacci… Ma, alla fine, se le persone ti vogliono bene, non importano le distanze, i fusi orari… non importa nulla.
Al ritorno ci saranno sempre.

Se dovessi parlare di sacrifici concreti che ho fatto, potrei dire di aver rinunciato molte volte a delle lauree, a dei compleanni, a momenti importanti per qualcuno a cui voglio bene e a cui vorrei poter essere presente, ma non posso. Perché sono lontana e resto comunque lontana, nonostante i messaggi o le varie chiamate.
Il problema è che, quando sono in Italia, non sto bene e fino a qualche tempo fa, anche se fossi potuta tornare, probabilmente non sarei comunque tornata. So benissimo che per raggiungere quello che voglio ottenere bisogna lavorare sodo e viene da sé il fatto che automaticamente ci siano cose da sacrificare.

Tra tutte le persone con cui sei riuscita a creare un legame,
chi sarebbe quella che ti fa sentire a casa?

Non c’è una persona determinata con cui io mi sia sentita o senta completamente a casa. Paradossalmente, potrei dirti che sono io. Ovunque vada o mi muova, sono io la mia casa.

Gli altri mi fanno sì sentire a casa, ma non uno più dell’altro. Quando viaggio voglio poter uscire dalle quattro mura che conosco ed entrare in contatto con un mondo nuovo. Per quanto non abbia tante amicizie, ne ho varie sparse un po’ per il mondo e quelle che ho sono le migliori che possa desiderare. Ad esempio, sono stata per diversi giorni con alcune persone in Cile con cui sono ancora in contatto ed è come se fossi ancora là con loro. Se rincontrassi queste persone domani stesso, sono sicura che mi sentirei a casa, in Italia o meno. È questo il bello dell’amicizia: il fatto che possa darti quel senso di felicità e di appartenenza anche rimanendo lontana da quello che comunemente consideriamo il nostro luogo nel mondo.

Per quanto riguarda il fatto di viaggiare da sola, ognuno si deve creare la proprio identità come viaggiatore. Ci sono dei momenti in cui, ovviamente, ti senti sola e non vorresti esserlo. Viaggiando, però, ti crei anche una personalità così forte da farti sentire abbastanza. Esisti come individuo e poi esistono anche gli altri. Esisti in relazione con gli altri, ma devi prima sentirti bene con te stessa. Le persone che incontriamo nella nostra vita sono tasselli che si aggiungono, che ti cambiano, ti fanno maturare, ti aiutano a crescere e ti insegnano un’infinità di cose. Alla base, però, continui ad esserci tu. Se tu non esistessi, non esisterebbero neanche tutti questi tasselli che ti porti addosso ovunque.

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Il posto più bello in cui sei stata finora?

Ce ne sono tanti! I posti in cui mi sono sentita più felice in assoluto in realtà sono due. Il primo è stato quando sono andata a Santiago de Chile, perché era il mio sogno! A Santiago c’è lo Sky Costanera, la torre più alta in America latina, che nella parte superiore ospita un osservatorio. Pagando un biglietto, si può godere la vista da lassù di tutta la città senza limiti di tempo. Avevo questo sogno dal 2014, quando stavo leggendo Hija de la Fortuna di Isabel Allende in un autobus di Madrid. Proprio mentre stavo raggiungendo Puerta del Sol, avevo deciso che sarei dovuta andare prima o poi in Cile.

Arrivata in cima alla torre, ho avuto il mio momento di felicità massima, perché era, appunto, la realizzazione del mio sogno.  Vedi la città ai tuoi piedi e ti senti come un’eroina che è riuscita a superare tutti gli ostacoli e a raggiungere il suo obiettivo.
Il secondo, invece, è stato a Cafayate, durante un viaggio ad agosto di circa 20 giorni tra il nord dell’Argentina e Cile. In questa località, si trova la Gola del Diavolo, una specie di grotta con una delle acustiche migliori del mondo. Per questa ragione, spesso ci sono cantanti che suonano al suo interno. Sono entrata e proprio mentre stavo facendo un video, un musicista ha cominciato a intonare una canzone di Charly García ed è stato bellissimo. Mi sono molto commossa, perché mi sono sentita come se fossi nel posto giusto al momento giusto, come se tutto fosse come dovesse essere.  È anche vero che ce ne sono comunque molti altri, tanti piccoli momenti felici sparsi qua e là nel mondo.

Se tu dovessi dare un consiglio a qualcuno che è ispirato dalla tua storia e che vorrebbe prenderla come esempio, quale daresti?

Gli direi di lanciarsi. Questo è l’unico consiglio che potrei dare, anche perché poi ognuno è fatto a modo suo e cose che potrebbero essere valide per me, magari non lo sarebbero per altri.
Quello che mi sento di dire è che alla fine non bisogna aver paura. In fin dei conti, se poi le cose vanno male, si può sempre fare un passo indietro e ricominciare. Non a caso, c’è sempre una frase che sono solita ripetermi nei momenti in cui vengo assalita da dei dubbi o incertezze: meglio pentirsi sempre di qualcosa che si è fatto, piuttosto che di qualcosa che non si è fatto.

L’importante quando si sta per intraprendere un viaggio è essere coscienti del fatto che i problemi che si potrebbero trovare all’estero sono più o meno quelli che si potrebbero avere anche in Italia. Non bisogna pensare di andare in un mondo isolato.
Il bello di mettersi in contatto con altre culture è che, indipendentemente dalla lingua o dalle diverse opinioni e culture, ci sarà sempre qualcuno che a darti una mano.
Un modo per farcela, quindi, sia soli che non, si trova sempre.sarap_atacama

Se dovessi tornare indietro, rivivresti tutte queste esperienze?

Le rifarei tutte, perché sono quelle che mi hanno portato ad essere la persona che sono e a raggiungere gli obiettivi che mi ero prefissata.
Se a 19 anni non fossi andata in Spagna, magari non avrei avuto modo di andare in Argentina e se non fossi andata in America latina, magari non avrei avuto l’opportunità di venire a vivere qui in Grecia.
Alla fine tutto è collegato, tutto è causa e conseguenza di quello che precede o viene successivamente.
Quindi no, non mi pento di nulla.

Un pensiero su “Le Ragazze Vaganti | Sara P – la serie

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